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Sono passati 500 anni dalla scomparsa di Leonardo da Vinci (2 Maggio 1519), ma ci si interroga ancora sul mito del fascino della Gioconda.
Molte le risposte, una in particolare dalla neoroscienze svela l’enigma dietro il sorriso della Mona Lisa.
La fama: Non è una coincidenza che più’ del 85% delle persone nomina La Gioconda tra i quadri più famosi al mondo? L’identità’ misteriosa, il sorriso enigmatico, lo sguardo penetrante sono solo alcuni elementi di un fascino senza tempo. Il ritratto della Mona Lisa continua a generare un insieme ridondante di studi, pubblicazioni, curiosità’ di quella che più di un dipinto è da tempo una vera icona della cultura popolare (Copertina della rivista Epoca, 1957).
L’incontro con la Gioconda al Musée’ du Louvre e’ pura esperienza. L’immensità del palazzo, le piramidi di vetro di Ieoh Ming Pei ti accolgono nel cuore pulsante del museo, la grand entrance. Da lì 5 mila visitatori l’anno (era pre covid-19) si smistano nelle tre ali del museo, consapevoli o ignari di dove stanno andando. Ma solo una cosa è sicura a tutti, non usciranno dal museo prima di aver visto la Gioconda. Il quadro è divenuto il simbolo stesso del museo parigino, universalmente conosciuto e riprodotto. Lei, la Mona Lisa, e’ famosa e il suo nome e’ leggenda.

Pare che una visita al museo più’ famoso al mondo non abbia valore senza una sosta di pochi secondi per vedere la celeberrima dama di Leonardo. Se ci siete stati, vi sarete messi in coda nella sala al primo piano. Mantenuti a debita distanza dalla sicurezza per vederla dietro uno spesso vetro. Eppure anche in questa calca siamo lì per pochi istanti ad ammirare consapevoli (o forse no) il ritratto di una giovane vissuta 500 anni fa a Firenze. Ammirazione e frenesia, nel breve tempo dello scatto di una foto dell’evento (forse unico) di essere lì. In una visita serale al Louvre potreste avere la fortuna di vederla serenamente e potreste avere anche il tempo di testare il famoso sguardo che vi segue ovunque. Leonardo calcolò perfettamente ogni effetto di meraviglia. Lo sguardo penetrante della Mona Lisa cattura fin da lontano il nostro, con un perfetto eye-shadow da fare invidia a ogni makeup artists. Eppure quello che notoriamente sorprende molti sono le dimensioni ridotte del ritratto rispetto all’enorme fama. Ecco da svelare il primo mito non mito.

Perchè così grande ma così piccola?
Il ritratto è effettivamente di poco più piccolo del vero (solo 77×53 cm.), un mezzo busto di donna in primo piano con un paesaggio collinare retrostante. Leonardo lo ha pensato per una visione ravvicinata. Un ritratto privato, intimo e di contemplazione profonda. Le dimensioni sono simili al vero, pertanto pochi secondi non bastano per coglierne i dettagli più’ profondi, condensati sulla tela dal genio indiscusso del Rinascimento.
Ma torniamo al quesito. Perché questa tela attrae più di 5 milioni di visitatori all’anno? E chi è la Monna Lisa? Sicuramente nei secoli il mistero dietro al volto della Gioconda si è stratificato. La critica d’arte si è espressa copiosamente per trovare a chi appartenga quel volto. Già il famoso biografo contemporaneo di Leonardo, Giorgio Vasari, l’aveva identificata con Lisa Gherardini, moglie di un mercante di sete fiorentino Francesco del Giocondo (e da lì La Gioconda). Recenti dati d’archivio hanno permesso di tracciare il profilo della donna e le vicende dietro il ritratto. Ciononostante, chi sia o chi non sia è imprescindibile dal suo eterno fascino.
Fatti rilevanti per la sua fama:
- Infinita devozione di Leonardo stesso: Leonardo lavorò al ritratto dal 1503 circa per quattro anni, a più’ riprese fino a che decise di non separarsene per i restanti dieci anni della sua vita (1519). La Mona Lisa lo seguiì da Firenze a Roma, da Roma a Milano, e poi alla corte del re di Francia, Francesco I, e lì rimase (Napoleone Bonaparte non ha colpa).
- Ammirazione e copie: Incredibilmente la Gioconda suscitò’ una vasta notorietà’ fin dal diciassettesimo secolo tra Italia, Francia e Inghilterra come testimoniato da numerose copie pittoriche di alta qualità, da ferventi testimonianze e false attribuzioni. Fu poi messa in ombra dalla critica d’arte per circa un secolo, ma mai dimenticata del tutto.

- Il furto della Gioconda: il celeberrimo atto del 1911, per opera del patriottico Vincenzo Peruggia che la riportò’ in patria, giocò’ un ruolo fondamentale nel cementare l’attenzione di un pubblico più’ vasto (e non solo di intenditori) puntando i riflettori di una nascente cultura popolare sul timido sorriso della Mona Lisa.
- Valore inestimabile $$$: Nel 1962 il valore stimato di 100 milioni di dollari ($ 800 milioni oggi) la rese l’opera d’arte più’ costosa al mondo, in occasione di un contestato prestito della Gioconda negli USA su richiesta della First Lady Jacqueline Kennedy.

- Mistero: Nel 1995 una artista di New York, Lillian Schwartz propose una teoria che divenne il soggetto di una cover story della rivista Scientific American. Ossia che la Gioconda non fosse altro che un camuffato autoritratto di Leonardo basandosi su coincidenze fisionomiche con uno dei più’ famosi ritratti di Leonardo anziano, conservato a Torino, alimentando l’inventiva e il mistero. L’ultima teoria risale al 2015 quando un privato ingegnere di luci multispettrali enuncia la presenza di un’altro volto sotto gli strati pittorici superficiali.

Gli esperti del Museo del Louvre non hanno confermato le teorie, mentre Martin Kemp, massimo studioso di Leonardo a Oxford, riafferma la genesi del singolo ritratto in più stesure e cambiamenti come era d’uso nell’iter pittorico leonardesco.
Emozioni, neuroni specchio e l’esperienza estetica
Per Kemp Leonardo nel ritratto della Mona Lisa ha giocato su uno dei nostri basilari istinti umani: l’irresistibile tendenza a reagire ai segni facciali, ossia la fisiognomica. Ma come può un dipinto su tela veicolare emozioni?
Uno degli obiettivi di Leonardo era proprio quello di suscitare un moto emozionale nello spettatore tramite l’arte della finzione pittorica. Sosteneva che chi guarda un ritratto tende a proiettare inconsciamente sé stesso nel personaggio dipinto, tanto da immedesimarsi. Prima di Leonardo, il teorico rinascimentale, Leon Battista Alberti, nel suo trattato sulla pittura (1435) sollecitò gli artisti a fare massimo uso di tale effetto. Leonardo stesso nei suoi diari riteneva un’opera un successo solo quando riusciva a suscitare un moto fisico nello spettatore.
“Farai le figure in tale atto, il quale sia sufficiente a dimostrare quello che la figura ha nell’animo; altrimenti la tua arte non fia laudabile” (Ms. A, f. 199, 1490-1492 ca.)
Pare che queste idee rinascimentali fossero effettivamente plausibili. Sembrerebbero infatti teorie antesignane delle moderne scoperte neurobiologiche dell’empatia. Ora entrando in punta di piedi nell’ambito scientifico, percorro la teoria di Stefan Klein, fisico e filosofo di Monaco, sull’artista come neuroscienziato. La neuroscienza studia in diversi campi il sistema nervoso. La ricerca nell’ambito ha permesso di isolare una “classe” o gruppo di cellule della corteccia cerebrale motoria che si attivano mentre osserviamo gli altri in azione, i denominati Neuroni Specchio. Una scoperta eccezionale fatta nel 1992 dal team italiano del CNR di Parma, guidato dal neurofisiologo Giacomo Rizzolatti (vincitore oscar delle neuroscienze).

Il principio in breve è questo: alcune classi di cellule nervose hanno la funzione di controllare la muscolatura del nostro corpo, ad esempio l’impulso per curvare le labbra in un sorriso o in un’espressione di dolore. Altre, i neuroni specchio si attivano esattamente con lo stesso segnale di quelli motorii quando osserviamo altri felici o tristi, come se percepissimo quei sentimenti in prima persona. In pratica i neuroni specchio riflettono come uno specchio le espressioni altrui, empatizzando gli input visivi dei movimenti in una nostra espressione. In pratica ci viene da sorridere quando vediamo qualcuno sorridere. Mai capitato?
La scoperta ha permesso di far chiarezza sul complesso meccanismo delle empatia, seguita da un’applicazione multidisciplinare, inclusa l’arte visiva. Nel 2007 il team di Rizzolatti, pubblico’ una sperimentazione dei neuroni specchio per dimostrare la base biologica dell’esperienza del “bello” nell’arte. (Grandioso!) Un risultato fu che l’osservazione della perfezione dell’arte classica attiva i neuroni specchio delle aree emozionali del cervello, esprimendosi in una stato particolare denominato esperienza estetica. Un progetto attualmente portato avanti dalla dottoressa Cinzia Di Dio e dal suo gruppo di ricerca dell’Università Cattolica di Milano. Il neurobiologo Semir Zeki dell’ University College of London, pioniere della moderna Scienza Visiva, esplorando il cervello degli artisti, nel suo libro Inner Vision (1999) affermò che grandi figure come Leonardo sono anche neurologi, in quanto capaci di comprendere inconsapevolmente le funzioni del cervello visivo.

Pertanto l’interesse di Leonardo per il processo di origine delle emozioni e delle relative espressioni facciali, emerse dai suoi studi mezzo millennio prima della moderna neurologia. Grazie a questa intuizione, riuscì a dipingere figure in modo tanto convincente da suscitare un coinvolgimento emotivo dello spettatore senza eguali.
L’ammirazione di Raffaello

Il primo a meravigliarsi della Mona Lisa fu il giovano Raffaello che probabilmente vide il ritratto alla bottega di Leonardo a Firenze come rivela un suo disegno datato 1504. Quello schizzo del giovane Raffaello riflette nella posa due sue opere successive: la Dama con l’unicorno e il Ritratto di Maddalena Strozzi-Doni. Probabilmente Raffaello, all’epoca appena ventenne, intuì l’innovazione Leonardesca della posa di tre-quarti, forse ispirata dall’arte fiamminga in circolazione su disegni e opere alla corte di Mantova. Sebbene l’indiscutibile talento pittorico di Raffaello, il ritratto della Dama con l’unicorno non ha mai raggiunto la fama della Mona Lisa, mancando di suscitare ammirazione nei posteri. Raffaello ritrasse la donna come la vedeva, idealizzando la bellezza ma senza andare oltre cio che è immediatamente visibile. La sua comprensione artistica della giovane finisce al livello del puro ritratto. Quello che c’era oltre l’immagine e nella mente dell’osservatore, era di poco interesse per Raffaello. Pertanto nel ritratto vediamo solo quello che l’artista voleva mostrarci, un volto bello ma senza vita. Leonardo riusciva invece a penetrare la superficie dell opera. La Mona Lisa “vive”- riporta Martin Kemp, – “lei reagisce a noi, e noi non possiamo fare altro che rispondere”.
Il volto imperfetto della Lisa
Ciononostante, la Gioconda non è’ perfetta, ma la sua fisiognomica ci rivela molto di quello che è stato attentamente celato. Notiamo che il volto è effettivamente asimmetrico. Per esempio, l’angolo sinistro della bocca è più’ alto e l’ombra dell’occhio sinistro è più accentuata.
Ogni lato rappresenta uno stato diverso, uno più’ serioso e l’altro sorridente. La scienza moderna riporta che l’asimmetria facciale è dettata dal cervello diviso in due emisferi che controllano le due parti del corpo speculari. La parte sinistra del cervello controlla i muscoli della parte destra della faccia e vice versa. Dato che l’emisfero destro è più direttamente responsabile del processo delle emozioni, i sentimenti sono espressi in modo più marcato sul lato sinistro del volto.

La cosa straordinaria è che Leonardo dedusse questa particolare fisionomia delle espressioni grazie alle sue osservazioni metodiche. Studi che poi applico’ per rendere il volto della Mona Lisa imperscrutabile, esagerando la differenza naturale delle due parti del volto e quindi creando un volto estremamente enigmatico se non iperrealistico. Dato che l’asimmetria si accentua quando si vogliono mascherare delle sensazioni, cosa vuoleva celare Lisa Gheraldini? Sembra che Leonardo fece il possibile per mascherare il mistero. Non ci sono segni marcati sul volto, la transizione di colore tra le varie parti tra luce e ombra sono perfettamente equilibrate. L’effetto detto sfumato leonardesco è una tecnica sviluppata nel primo rinascimento, dove stratificazioni di colore traslucido e opaco creano l’illusione che lo sguardo della Mona Lisa si muova con noi (ecco il mito). Il nostro sguardo scivola sul colore senza potersi aggrappare in nessun punto di luce o di segno. Leonardo sapeva come un leggero cambiamento di ombre potesse modificare un’intera espressione. Lo vediamo nell’ angolo della bocca, alzato da un lato e più basso dall’altro, un velo di tristezza come se Lisa Gherardini avesse passato settimane a nascondere un devastante segreto. L’enigma rimane, ma se i nostri neuroni specchio entrassero in azione nella sala del Louvre, saremmo probabilmente travolti da emozioni antiche di secoli.
Indubbiamente le intuizioni di Leonardo si fondavano su di una sua particolare abilità di manipolare le percezioni.

L’osservazione diretta era il fulcro della sua conoscenza, seppur consapevole dei limiti della percezione umana. Non dava nulla per scontato, come se vedesse le cose sempre per la prima volta, lo affascinava il mutamento continuo della natura. Leonardo sperimentò l’uso di strumentazioni ottiche fin dall’inizio della sua formazione. Scoperte che inglobò con maestria nella pittura. Ancora una volta aveva centrato una spiegazione biologica dell’acutezza visiva.
L’ultimo inganno tra spazio e la luce

Nel ritratto della Mona Lisa il risultato è di enorme profondità visiva. La figura emerge quasi incorporea dallo sfondo, sospesa nel paesaggio lontano. La luce che colpisce la Mona Lisa è invece ferma sul volto, e gioca con le dita della mano in primo piano. Ma degli elementi pittorici e costruttivi celano un vero inganno visivo progettato da Leonardo.

La donna è seduta in una loggia, si noti il dettaglio accennato dalla base di colonne negli angoli del quadro. La dama dovrebbe essere in controluce. Invece è illuminata di fronte dal margine alto sinistro del quadro.
Leonardo in questo ritratto usò la legge dell’ottica in un modo tanto perfetto da correggere la luce in un’illusione impercettibile. Questo non ci disturba. Noi semplicemente accettiamo che la donna sembri più reale della realtà stessa. Leonardo dipinse il quadro non per essere realista ma creando una nuova realtà virtuale. Non inventò la prospettiva, ma fu il primo a capire le ragioni di questi fenomeni e applicarli nelle sue opere in un impareggiabile virtuosismo. La Mona Lisa rientra quindi in un momento di massima sperimentazione sull’ottica e di come l’incidenza della luce altera la visibilità delle cose. Quando iniziò il ritratto nel 1503, Leonardo aveva 51 anni, all’apice dei suoi studi come eredità del suo vissuto.
L’effetto eccezionale creato da Leonardo viene dalla consapevolezza che l’opera non è ultimata sulla tela ma nel occhio dell’osservatore stesso.

L’enigma della Gioconda…è Leonardo, il visionario, lo scienzato-artista, che scavò a fondo, interrogandosi su come un’immagine prenda forma nel occhio e quali sentimenti suscita in chi guarda. Direi che forse ci è riuscito a rendere viva un’emozione di 500 anni.

Quello che è certo è che nella mia prossima visita al Louvre passerò più tempo possibile ad osservarla, e magari chissà i miei neuroni specchio si attiveranno per farmi sentire come la Mona Lisa. Osservata da milioni di visitatori, dietro ad un vetro in una stanza al primo piano del Musée’ du Louvre.
Fin.